Le leggi della Natura
 

Il presente

Omega 6 Giu 2015 11:28
Dice Rovelli nel suo "La realtà non è come ci appare":

«Fra il passato e il futuro di ciascun evento (1) ... esiste una "zona
intermedia", un "presente esteso" di quell'evento, una zona né passata
né futura ... La durata di questa "zona intermedia" è molto piccola, e
dipende dalla distanza da te ...: più è lontana da te e più lunga è la
sua durata. Alla distanza di un paio di metri dal tuo naso, lettore, la
durata di quella che per te è "zona intermedia", né passata né futura, è
di qualche nanosecondo ...»
E avanti così, fino a dire che su Marte tale zona è di un quarto d'ora.

(1) che non intende in senso relativistico, ma come nel senso comune
come avvenimento, come accadimento, il che già funziona male, dato che
un accadimento ha uno svolgimento temporale.

Ora, è possibile che la realtà non sia come ci appare - del resto
qualunque teoria da oltre un secolo lo afferma, ma penso che ciò vada
sostenuto tenendo conto prima di tutto di alcune cose inconfutabili.

Per cominciare, la "zona intermedia" o "presente esteso" sottintende che
il presente ha una durata, anche se Rovelli non lo dice esplicitamente -
ma lo fa capire parlando di 'presente esteso'. Esteso come, se non
temporalmente?

(Ça va sans dire che tutto ciò è attribuito a Einstein, ma transeat.)

Ciò che va osservato è che, se il presente è "esteso", ossia se ha una
durata (ovviamente temporale), allora il tempo per definizione al suo
interno non scorre, quindi è già paradossale allora parlare di 'durata
temporale'; detto in altro modo, per conservare il suo significato di
'presente', al suo interno non vi dovrebbe essere mutamento, il che di
nuovo nega il concetto di 'durata temporale' (non esiste il tempo per
ciò che è immobile, evidentemente).

Se si trattasse di "durata temporale" in senso proprio, allora rispetto
a un punto interme***** a tale durata vi sarebbe un passato (inizio) e un
futuro (fine), il che è di nuovo paradossale - che significa sempre
'contraddittorio'. Se invece non ci sono tali estremi, allora parlare di
'durata' non ha alcun senso.

Ma c'è un passo ulteriore, in cui Rovelli, parlando direttamente con il
lettore gli dice che alla distanza di un paio di metri dal suo naso la
durata della "zona intermedia" (o presente) è di qualche nanosecondo.

Questo lo vorrei proprio capire: che cosa significa il presente - che è
presente per me, naso compreso - a distanza di due metri avanti a me?

Forse intende dire che, tenuto conto della velocità della luce,
l'informazione sulla mia percezione di presente arriva con qualche
ritardo a due metri dal mio naso?
Ma non mi pare che ragioni così. Dice semplicemente che la "zona
intermedia" (il mio presente), a distanza di due metri dal mio naso è di
qualche nanosecondo.

Che cosa diavolo è il mio (mio) presente a distanza di due metri dal mio
naso qualcuno me lo dovrà spiegare. Che l'informazione circa il mio naso
voglia il tempo preso dalla luce per percorrere quei due metri posso
capirlo, ma da qui a dire che il mio presente si allunga come il mio
naso mi ricorda solo Pinocchio :) A parte lo scherzo, il mio presente è
il mio presente - e in base a esso mi comporto - ma il mio presente non
è altrove, né due metri avanti a me né sulla Luna né su Marte.

Ora, si può capire che si affermi che un presente universale non si può
definire, ma che esiste un presente per ogni osservatore, anzi questo è
ovvio, ma solo psicologicamente parlando. Mi è invece più difficile
pensare che *mentre* nel presente io batto sulla tastiera non esiste un
intero universo che comprende la mia tastiera e la mia sedia. Molto
difficile. Peraltro in tale ipotesi, senza prendersela con Andromeda
(costellazione lontana ma che è anche il nome della mia splendida felce
e dell ******* mitica splendidamente narrata da Ovi*****) neppure la mia
faccia, che è distante dalla tastiera qualche decina di centimetri,
sarebbe simultanea alla tastiera e alle mia mani che ci battono sopra?
Con tutto il rispetto per la velocità della luce, mi è difficile
ritenere che io non sono simultaneo a me stesso, ossia che le mie mani e
la mia faccia non siano simultanei.
E quando leggo queste cose ho sempre il solido sospetto che si confonda
la realtà con l'informazione: l'informazione ovviamente viaggia alla
velocità di chi la porta (postino o luce che sia), ma la realtà no: la
luce, in particolare, è dentro la realtà e non la determina affatto, se
non per far crescere i pomodori.

Che da diversi punti di vista la realtà appaia diversa è soltanto ovvio:
i miei piedi, se avessero gli occhi, mi vedrebbero molto diversamente da
come gli occhi che stanno sulla mia faccia vedono i miei piedi. Inutile
persino dirlo. Ma da qui a sostenere che la realtà temporale è diversa
per i miei piedi e la mia faccia, e che non stiano nel medesimo presente
- che evidentemente a dispetto di Rovelli può essere solo inesteso se
non si vuole incappare in paradossi, - ci corre parecchio.

Pur essendo molto critico sul modello di spaziotempo - che *non è* una
rappresentazione della realtà ma semmai della memoria (inclusiva di un
prospettato futuro), - prendendolo per buono direi che ogni sua sezione
sull'asse dei tempi, ossia per ogni presente (*), esiste l'intero
universo, ossia una *essenziale* simultaneità di ogni cosa esistente.
Salvo affermare che in tale sezione esiste solo l'osservatore e niente
altro, dato che lui vede le cose in ritardo - che quindi non ci sono.
Questi paradossi non sono affatto superati, e meritano una riflessione
più attenta e meno frettolosa di quella di Rovelli. Ma richiedono prima
di tutto, come dicevo, di non confondere realtà e informazione.

(*) una sezione sull'asse temporale è una sezione nel continuo, come il
numero reale nel campo razionale per Dedekind, salvo dichiarare (e
provare) che, al di là del fatto che esiste solo il presente, il tempo è
una sequenza di "presenti estesi" finiti, ossia sia "granulare" per
dirla ancora con Rovelli e con gli pseudo-filosofi della treoria delle
stringhe - cioè è discreto e non continuo. Ma qui interviene Zenone di
Elea che chiede: "se la realtà è discreta, che cosa c'è fra due entità
discrete (di tempo o di spazio ecc.)? Deve esserci il nulla; ma il nulla
non esiste per definizione." Se invece la loro contiguità le rende
inseparabili (ossia fra di esse non c'è il nulla) allora si sta
affermando che la realtà è un continuum, in cui semplicemente si
rilevano organizzazioni del continuo, non affatto separazioni, non
affatto "discreti". E con ciò da un lato si ritorna a Parmenide, al suo
'uno e continuo', dove 'uno' non è un termine numerico ma significa
'indivisibile'. Da un altro lato il discreto parla di sistemi o enti
isolati, che è un paradosso logico e fisico, una semplice
contraddizione. Da un altro lato ancora, infine, stupisce che di Zenone
Rovelli ricordi invece il gioco delle tre carte di Achille e la
tartaruga, che non ha affatto bisogno dell'intervento sussiegoso dei
matematici moderni con la b*****ità delle loro serie convergenti; Zenone
sapeva benissimo che Achille viaggia a velocità costante (piè veloce) e
che le distanze si riducono a infinitesimi anche ragionando secondo il
concetto di limite (un'acuta anticipazione di Zenone), e quindi Achille
sicuramente si farà il brodo di tartaruga. Zenone qui gioca, anzi fa
l'illusionista facendo credere, con i passaggi successivi, che tali
passaggi siano tutti uguali mentre non lo sono affatto se non
verbalmente, ma si riducono via via a un concreto niente: Zenone gioca
sul fatto che i suoi passaggi logici (verbali) sono tutti identici e
fanno quindi prospettare un tempo infinito, mentre il loro contenuto
quantitativo diventa rapidamente evanescente, ed è solo il metodo
aritmetico scelto di proposito ad andare all'infinito per sua natura, ma
non per questo dicendo quialcosa della realtà (cosa cui bisogna stare
sempre attenti con la matematica, specie se poggia su concetti assurdi
come l'infinitesimo). E che ci caschino tutti in questo illusionismo,
incluso Rovelli, mi stupisce sempre, specie quando invece ignorano
l'obiezione decisiva e inconfutabile di Zenone rispetto al mondo
"discreto", che si può pensare solo in modi paradossali, ossia
contraddittori.

Omega

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